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Anteprima#2 Istanbul settembre 2013

Istanbul/ La folle corsa della città che sale, nelle opere che raccontano il mutamento. Da Bertille Bak a Margherita Moscardini

pubblicato venerdì 13 settembre 2013

 

La tredicesima Biennale di Istanbul è focalizzata sull’utilizzo degli spazi pubblici. E non è un caso che arrivi all’indomani dei moti di Gezi Park, della presa di posizione da parte di una gioventù che sembrava appiattita, ma che invece ha mirato contro l’eccessiva violenza della “sindrome di rimordernamento” della più grande metropoli d’Europa.

Un tema, quello della protesta, da cui è partita una Biennale seria e senza fronzoli, dove l’opera d’arte è un essenziale dispositivo di senso per ragionare sul presente in maniera diversa. Probabilmente l’opera che meglio rappresenta una riflessione su questa urbanizzazione forzata e sul taglio delle radici affettive che può subire un popolo, si trova alla Scuola Greca di Galata. Ma non sono, attenzione, artisti turchi ad averla realizzata, bensì argentini, Tomàs Espina e Martin Cordiano, che hanno ricostruito un banale interno domestico, piccolo borghese, con divano, tavolo e vetrina con stoviglie più buone per i giorni di festa.

Rassicurante in apparenza, si scopre ad uno sguardo più attento che l’intera stanza è stata frantumata e ricomposta. Ed è vero che se gli oggetti, anche rotti, possono essere rimessi insieme, è altresì vero che se l’anima di un popolo può essere schiacciata da una forzato ammodernamento, qualcosa di rotto resta. Qualcosa che sarà impossibile riaggiustare: restano le crepe, la colla, uno spessore in più tra le “pieghe”. Un’opera, Dominio, che denota anche, in qualche modo, la provenienza degli stessi artisti da un Paese provato da una forte crisi che si è lentamente rialzato, ma che sicuramente porta sul suo corpo sociale ancora diverse ferite.

Ottimo il lavoro di Bertille Bak, classe 1983, che ha posto l’attenzione sulla distruzione di centri “identitari”, con il video Safeguard emergency life system. Qui si racconta la storia di un gruppo di condomini di un palazzo fatiscente dei sobborghi di Bangkok, che nel 2008 la municipalità ha deciso di abbattere, per farne un centro commerciale. I cittadini, aiutati da Bak, hanno inscenato una protesta poetica, dove una serie di torce, nel loro accendersi e spegnersi ritmicamente, accompagnavano le persone che via via prendevano parte all’intonazione di una canzone rivoluzionaria. Il video si conclude con la perdita della speranza, la distruzione del caseggiato. L’esempio lampante di un mondo in conflitto, dove non è possibile essere dissidenti e dove la forbice sociale si allarga sempre di più. Una tensione in cui si iscrive perfettamente anche il lavoro dell’italiana Rossella Biscotti, realizzato nel carcere di Santo Stefano, struttura politica per eccellenza che ha visto la nascita del metodo di sorveglianza del “panopticon”, raccontato anche Michael Foucalt nel saggio “Sorvegliare e Punire”, che consisteva architettonicamente in una distribuzione semicircolare delle celle, all’interno delle quali venivano reclusi dissidenti che potevano essere osservati senza interruzione giorno e notte, deprivati di qualsiasi forma di intimità.

Rossella Biscotti, oltre ad un video, ricrea una “tridimensionalità” della stanzetta facendo battere un sottile strato di piombo sul pavimento, presentando a Istanbul proprio il calco politico e coercitivo della storia.

Altra italiana decisamente in linea con i temi della Biennale, nonostante sia presente in un progetto collaterale, è Margherita Moscardini, con Istanbul City Hills-On the Natural History of Dispersion and States of Aggregation. Arrivata per la prima volta nel 2010 l’artista, al ritorno per la residenza che ha permesso la realizzazione del lavoro per “Anteprima”, ha trovato una città completamente cambiata, dove in qualche modo lei stessa non riusciva a ritrovarsi. Moscardini ci presenta un’installazione site specific, specchio perfetto della realtà sociale che la metropoli turca sta vivendo. L’intervento si apre con una prima sala ricoperta completamente di frammenti di vetro, sublime e tragica visione del mutamento: lo spazio dell’opera finisce però con una finestra sul Bosforo, emblema romantico di una città che guarda a sé stessa e alla sua storia, nonostante il suo volto sia soggetto a un cambiamento senza precedenti, con una conseguente snaturalizzazione, diventano una metropoli occidentale. Un processo che si osserva anche nelle immagini che raccontano la nuova, e squallida, città che resta sullo sfondo ad un’altra, tragica, montagna di vetri frantumati.

Una serie di lavori, e quelli italiani non fanno eccezione, realizzati con un grandissimo senso estetico, che non viene mai tralasciato, nemmeno quando il messaggio è forte. Come la metamorfosi di una città millenaria proiettata a velocità, forse folle, verso il futuro. (Paola Ugolini – Matteo Bergamini)